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Slow Food

Slow Food

Leggenda vuole che Slow Food, un movimento nato in Italia e oggi presente da protagonista in 170 Paesi nel mondo, sia sorto come reazione per l’apertura di un McDonald’s in Piazza di Spagna a Roma nel 1986.

E di sicuro quella mobilitazione popolare ebbe un ruolo ma la realtà, come racconta il suo fondatore Carlo (ma, da New York al deserto del Mali, lo chiamano tutti Carlin) Petrini, fu molto più complessa. Prima di quella protesta esisteva già da tempo Arcigola, la lega enogastronomica dell’Arci, ma anche un gruppo di amici sparsi in tutta Italia, con la passione del buon vino e del buon cibo tradizionale, che si riuniva periodicamente per approfondire la conoscenza della gastronomia.

Tutto partì dalla Langa, terra di origine di Petrini, e dalla sua cultura rurale, ma aveva al centro “una lunga riflessione intorno alla lentezza, allo slow più che al food”.

Dal nulla, Carlo Petrini ha creato un marchio di rilievo mondiale, abbracciando la filosofia della lentezza e del concedersi il lusso di vivere il mangiare come un piacere: “una rivoluzione gastronomica lunga 25 anni“.

Una rivoluzione lenta come una lumaca, il simbolo che ha voluto darle Carlìn, fondata sull’assunto che “viviamo in un’epoca frettolosa, governata da ritmi di vita innaturali, in cui spesso manca il tempo per la persona, per la condivisione, per una chiacchierata magari davanti a un bicchiere di vino. Basta riscoprire la felicità nascosta nei piccoli gesti, nelle storie delle persone che ogni giorno lavorano la terra, nel nostro Paese e in tutto il mondo“.

Una filosofia che ha portato qualcuno a considerare Carlin un nostalgico, definizione che Petrini non ama, perché a lui “piace attingere al passato, ma per rivitalizzarlo. Il futuro va costruito valorizzando le radici”.

Se, da un lato, oggi Slow Food è diventato uno stile di vita, all’insegna della cultura enogastronomica e dell’alimentazione vissuta con consapevolezza, qualità e attenzione alle biodiversità; dall’altro, Petrini è uno dei pochi leader mondiali che l’Italia possa vantare, in grado di mettere in piedi, dall’84 a oggi, un’associazione internazionale come Slow Food, il Salone Internazionale del Gusto di Torino, la prima università al mondo di Scienze Gastronomiche e dell’alimentazione, a Pollenzo, una sorta di Woodstock della biodiversità con più di cinquecento iscritti, ma anche la rete di Terra Madre, una comunità mondiale del cibo alla quale partecipano contadini da ogni parte del mondo, che parlano lingue diverse ma che, magari a gesti, riescono a comunicare.

A riprova di questo, è l’unico italiano inserito, nel gennaio 2008, dal quotidiano inglese The Guardian tra le 50 persone che “potrebbero salvare il pianeta”, riconoscimento arrivato dopo che il Time lo aveva eletto “eroe europeo del nostro tempo, per premiare un itinerario molto personale, mosso dal desiderio di vivere meglio il cibo e la vita, di stare in buona compagnia di chi condivide le sue stesse passioni.

Tutto questo Petrini lo ha fatto senza aver frequentato scuole particolari, eccezion fatta per “qualche illustre corso di degustazione di vini, corsi che mi hanno illuminato facendo scattare la molla che mi ha spinto a volere di più: il risveglio della mia sensorialità, l’esercizio sugli aromi, i colori e i gusti del vino”.

Nel 2016, Slow Food ha compiuto trent’anni, nei quali è riuscita a collocare la cultura del cibo al centro di dinamiche di trasformazione della società civile e dell’economia, oltre che della politica;

ma è stata anche capace di uscire dai confini nazionali trovando radici in centosettanta Paesi nel mondo.

Per festeggiare questi primi trent’anni, è stato ripubblicato il suo libro-manifesto: “Buono, Pulito, Giusto”.

Tre aggettivi chiave.

Per Petrini, è “buono” ciò che piace. Un prodotto è buono se è riconducibile a una certa naturalità che ne rispetti il più possibile le caratteristiche originarie, tanto che la bontà di un prodotto è proporzionale alla sua naturalità.

Anche “pulito” risponde a un criterio di naturalità: un prodotto è pulito nella misura in cui la sua filiera risponde a certi criteri di naturalità, se è sostenibile.

Infine, il “giusto” deve essere alla base della nostra società, prima di ogni altra cosa: “Occorre rimettere al centro gli esseri umani, la terra, il cibo, una rete del cibo umana che, in armonia con la natura e il rispetto di ogni diversità, promuova la qualità, appunto il buono, il pulito e il giusto”.

Slow Food è una delle realtà più globalizzate che si conoscano, ma Petrini ha spesso denunciato il paradosso della globalizzazione in cucina.

Ragionando sul fatto che i nobili del passato, grazie a “buona borsa e buoni destrieri”, avevano accesso a derrate alimentari prodotte molto lontane, Petrini è giunto alla conclusione che la globalizzazione da lusso per ricchi è diventata il suo esatto opposto: sono le classi meno abbienti oggi a mangiare prodotti omologati. Mentre occorre riscoprire il mondo della prossimità, delle tradizioni locali, del “chilometro zero”.

Una delle battaglie più significative e attuali di Slow Food è quella contro lo spreco del cibo: l’aspetto più evidente e tangibile di un modo di produrre, distribuire, vendere e consumare il cibo che non funziona.

La quantità di cibo che finisce nella spazzatura supera il 35% della produzione totale, per un costo economico stimato in circa un trilione di dollari ogni anno.

Solo in Italia, si lasciano nei campi 1,4 milioni di tonnellate di prodotti ogni anno, spesso perché non è conveniente fare la raccolta. Una situazione da rivedere completamente, una rivoluzione che passa anche per il ripensamento del sistema produttivo: bisogna cambiare paradigma e cambiare stile di vita.

27bittman-img-blog427Ma, secondo Petrini, attualmente l’unico capo di Stato che sostiene un paradigma di equità e sostenibilità è Papa Francesco, uno con il quale il fondatore di Slow Food ha un rapporto privilegiato.

Petrini considera l’enciclica “Laudato Si” un documento straordinario di riflessione sul cibo, la biodiversità, la povertà e ritiene che in Papa Francesco ci sia una saggezza che pesca dalla cultura contadina e dai valori più semplici.

Petrini è l’autore della Guida alla Lettura, 22 pagine che introducono il testo, dell’Enciclica Laudato si’, che Carlin ha definito un impegno rivoluzionario per il futuro”, un discorso non prettamente spirituale, ma un pensiero complesso che racchiude anche cultura e politica, solleticando tutti ad avere stili di vita più sobri e virtuosi.

Il Papa, un uomo che suscita empatia e ammirazione soprattutto perché ciò che sostiene lo applica prima a se stesso, parla in modo semplice e apparentemente lieve ma dicendo cose pesantissime, cosa che ha colpito molto il fondatore di Slow Food, per il quale “la forza delle parole del Pontefice è addirittura superiore a quanto mi aspettassi e immaginassi. Un messaggio chiaro che sicuramente non può generare alcun tipo di fraintendimento”.

Con queste premesse e comunanza di valori, Papa Francesco e Carlo Petrini hanno fatto un pezzo di strada insieme, tra l’altro discutendo un progetto di riorganizzazione e razionalizzazione dei terreni vaticani.

Eppure, nonostante la straordinaria ammirazione per il Santo Padre, quando qualcuno gli chiede quale persona incontrata lo abbia emozionato di più, cita un capo degli indios Yanomami, quelli che vivono nella foresta amazzonica.

L’identificazione molto forte tra Petrini e Slow Food rende molto difficile pensare a un suo vero e proprio erede, ma va detto che un ruolo importante nell’associazione lo riveste la vicepresidente, Alice Waters, una chef che ha contribuito a cambiare le abitudini alimentari degli americani.

 

 

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