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Lamborghini

Lamborghini

E’ appartenuta al gruppo multinazionale franco-svizzero Mimran, poi alla Chrysler, agli indonesiani della Timor Putra e oggi è, da quasi vent’anni, di proprietà dei tedeschi della Audi-Volkswagen: ha tuttavia sempre mantenuto la sede produttiva a Sant’Agata Bolognese, luogo dove la sua eccezionalità e qualità rimane inalterata.

Eppure a nessuno in giro per il mondo viene in mente che le macchine costruite a Sant’Agata Bolognese non siano italiane.

Perché quella della Lamborghini è una lunga storia emiliana che, nel perfetto stile di questo popolo sanguigno e capace di cose impensabili, ha inizio con un litigio.

Quello tra due amici, protagonisti assoluti della storia imprenditoriale italiana collegata alle automobili di fascia alta.

vspostIl primo, Enzo Ferrari, il “Drake”, disse a Ferruccio Lamborghini una frase che cambierà la vita di entrambi: “Tu pensa a costruire trattori e lascia fare a me le auto sportive”.

Ferruccio non la prese benissimo e anzi decise di iniziare una sua produzione di auto da corsa, come raccontò il collaudatore della Lamborghini dell’epoca; al patron, nato a Renazzo di Cento nel 1916, piaceva molto sgommare e per questa ragione, in più di un’occasione, si trovò a rompere la frizione della sua costosissima Ferrari per poi una volta smontata scoprire essere composta dagli stessi pezzi che componevano i suoi trattori.

Dopo essersi lamentato con il futuro rivale Enzo Ferrari, si sentì rispondere:

La macchina va benissimo. Il problema è che tu sei capace a guidare i trattori e non le Ferrari”.

La storia, confermata in seguito dallo stesso Ferruccio Lamborghini, è la molla che fa scattare nell’imprenditore romagnolo la decisione di costruire una Granturismo secondo i suoi canoni. Il denaro, grazie alla sua avviatissima fabbrica di trattori, non gli manca.
Comincia così il capitolo automobilistico dell’avventurosa storia di Ferruccio Lamborghini.

Da quel momento nacque il Mito Lamborghini e una grande competizione tra i due marchi. Alla frase di Ferrari, anni dopo Ferruccio Lamborghini rispose tempo dopo con orgoglio: “La storia di Lamborghini è presto detta: gli altri erano inferiori”.

Nel maggio 1963, Ferruccio Lamborghini acquista un grande terreno a Sant’Agata Bolognese e solo sei mesi dopo espone al Salone di Torino la 350 GT, una Granturismo che, scrive un giornalista americano dell’epoca, “farà venire il mal di testa alla Ferrari“: disegnata da Franco Scaglione e dotata di un 12 cilindri di 3.500 cc progettato da Giotto Bizzarrini, che fino a poco tempo prima aveva contribuito alla nascita di famosi modelli del Cavallino Rampante come la Testa Rossa del 1957 e la 250 GTO del 1962.

Il resto della vettura e l’avviamento della produzione sono affidati agli allora giovanissimi (cinquant’anni in due) Giampaolo Dallara e Giampaolo Stanzani.

Ferruccio Lamborghini aveva una caratteristica particolare: quella di scegliere i propri collaboratori andando a “pescare” i migliori tecnici e dirigenti dalla concorrenza.

Esattamente quello che fa quando decide di produrre automobili, andando a prendere dalla Ferrari il responsabile del motore.

Nel 1966 al Salone di Ginevra viene presentata la P400 Miura, una macchina particolarmente innovativa che è destinata a entrare nella storia dell’automobilismo, non solo italiano, e che ha consacrato definitivamente la Lamborghini nell’elite dei costruttori italiani di sportive.

Un modello rimasto nella storia e non solo perché fu la prima a cui venne dato un nome legato al mondo dei tori (come la maggior parte delle auto che le sono succedute) ma anche perché aveva una linea splendida, firmata da Bertone.

Ebbe un successo incredibile sin dal momento della sua presentazione e restò in produzione fino al 1973.

Un vero e proprio status symbol, che fece dire a Frank Sinatra: “Chi vuole sembrare qualcuno compra una Ferrari, chi è qualcuno compra una Lamborghini”, subito dopo aver ricevuto la sua Miura.

Dopo la Miura, arrivano nel 1968 la Islero (un’evoluzione della 400 GT) e la Espada (prima Lamborghini a 4 posti) e due anni più tardi la Jarama e la piccola Urraco.

A sostituire la Miura, come modello di punta, arriva nel 1974 la Countach, che ebbe come massima espressione la versione Evoluzione. Mente di questo progetto fu Horacio Pagani, successivamente fondatore della Pagani Automobili.

Nel 1990, la Diablo si fece conoscere come la vettura di serie più veloce al mondo, grazie ai suoi 325 km/h.

Sulla versione VT, Lamborghini si avviò verso la strada della trazione integrale anche sulle Gran Turismo, scelta mantenuta ancora oggi.

wisq9xLa Gallardo è a tutt’oggi la Lamborghini più venduta di sempre con oltre 14.000 esemplari e fu la prima ad adottare un motore V10, sviluppato da Audi.

Si differenziava da tutte le recenti (e successive) Lamborghini per la scelta della trazione posteriore, invece che integrale.

Venti esemplari venduti a 1 milione di euro l’uno: la Reventòn presentata nel 2007 si basava sulla Murcièlago ma con sostanziali differenze. Due anni dopo venne presentata la Renventòn Roadster, limitata ad una produzione di 9 esemplari.

Ancora più esclusiva la sostituta della Renventòn, la Veneno del 2013, modello creato su base Aventador per celebrare il mezzo secolo di vita della Lamborghini. Quando uscì costava più di 3 milioni di euro, un prezzo che oggi può tranquillamente raddoppiare per comprarne una usata, qualora (ipotesi improbabile…) qualcuno decidesse di venderla.

Con la Aventador Superveloce, che compie un giro in 25 secondi in meno rispetto al modello da cui deriva, la gamma è completa.

Alcuni nomi delle auto riprendono quelli di tori spagnoli famosi, di corride o di allevamenti: da qui il simbolo della casa automobilistica, una scelta dettata anche dal fatto che il patron Ferruccio Lamborghini fosse nato sotto il segno del Toro.

Le Lamborghini trascorrono quasi 250 ore nella sola officina di verniciatura, dove vengono lucidate a mano per 50 ore dopo l’applicazione dell’ultimo strato di vernice.

Non sono pochi quelli che considerano queste automobili come vere e proprie opere d’arte italiane, degne di esser paragonate a capolavori di grandi artisti.

La vera opera d’arte all’interno delle auto del Toro tuttavia è il motore, assemblato da otto meccanici in dodici ore, con un lavoro di incredibile precisione, che trova la sua massima espressione artigianale, nel senso migliore del termine.

La fabbrica di Sant’Agata Bolognese è stata riconosciuta come uno dei migliori stabilimenti sia per salute che per sicurezza, oltre a vincere il premio “Top Employer” per due anni di fila: un luogo di lavoro pieno di opportunità per i propri dipendenti.

ferruccio_with_lamborghini_miura_sv-1Ferruccio Lamborghini rimase a capo dell’azienda per soli dieci anni, dal 1963, anno della sua fondazione al 1972, quando vendette la proprietà all’industriale svizzero Rossetti.

In quel decennio vennero costruite la 350 GT, la Lamborghini Miura, la Espada, Islero, Jarama (quella che più di tutte amava Lamborghini) e Urraco.

Degli anni successivi, invece, sono la Countach, icona degli anni ’70 e ’80, la Diablo, sua erede, la Murcielago, l’Aventador e la Reventon, utilizzata anche come Batmobile nella saga che vede Chris Bale protagonista nei panni dell’uomo pipistrello.

Quando però Ferruccio Lamborghini vede calare la domanda a causa della crisi petrolifera e capisce che il figlio Tonino ha progetti diversi dalle automobili, decide di vendere, nel 1972, l’azienda all’industriale svizzero Georges-Henri Rossetti e si ritira in Umbria per dedicarsi alla produzione di vino (il famoso Sangue di Miura, proprio come la macchina, un particolare tipo di rosso dei Colli del Trasimeno) nella sua tenuta in provincia di Perugia, dove muore il 20 febbraio 1993.

Per il funerale, viene portato nella natia Renazzo e trasportato al cimitero davanti al quale sono parcheggiate alcune sue Granturismo su un antico carro agricolo trainato da uno dei suoi trattori.

Sulla lapide della sua tomba c’è scritto: “Buon lavoro nella nuova casa di Dio“.

 

 

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