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La Moka Bialetti

La Moka Bialetti

A milioni di italiani in giro per il mondo si può chiedere di fare qualunque sacrificio, tranne di rinunciare al caffè del mattino.

Al suo profumo, a quell’insieme di sensazioni che richiamano il senso di appartenenza a una comunità e al proprio Paese come poche cose al mondo: l’aroma del caffè che si sprigiona un attimo dopo l’inconfondibile borbottio è un pezzo di noi, della nostra formazione, del nostro modo di essere. Tanto che, alla domanda “che cosa ti manca dell’Italia?”, la risposta è quasi plebiscitaria e prescinde dalla provenienza geografica dell’intervistato: il caffè.

Il gusto e l’energia per cominciare, sebbene in Italia il caffè non si beva solo a colazione. Si beve durante le pause di lavoro (c’è addirittura una sitcom chiamata “Camera caffè”), dopo pranzo e cena, ma anche prima. Perché sono pochi gli italiani che, di fronte alla proposta dell’ennesimo caffè della giornata, risponderebbero con un “no grazie, il caffè mi rende nervoso”.

Bere il caffè è per gli italiani un rito, una questione identitaria. Se ne beve tanto, ma la conditio sine qua non è che sia buono, di qualità. Non siamo fatti per miscele solubili che al più potrebbero ricordarci il suo sapore.

Eduardo De Filippo non avrebbe mai bevuto una ciofeca e in “Questi Fantasmi” nel ’45 dedica una parte del suo monologo alla preparazione del caffè. Nulla è a caso. Bisogna essere meticolosi, non dimenticare accorgimenti per esaltarne il gusto. Il re del teatro napoletano consiglia, tra le altre cose, di coprire il becco della caffettiera con un coppitiello, un cono di carta, affinché “il fumo denso del primo caffè che scorre, che è poi il più carico, non si disperda”. De Filippo ci persuade, accompagnandoci nell’affascinante rito.

E’ chiaro, però, che non fosse ancora a conoscenza di come preparare un buon caffè potesse essere molto più semplice, grazie all’innovazione portata dalla Moka del Signor Alfonso Bialetti.

Nello stabilimento di Crusinallo l’imprenditore crea e dà identità al proprio fortunatissimo e innovativo prodotto. Per farlo trae ispirazione dal suo intimo e, allo stesso tempo, da molto molto lontano.

Il nome Moka deriva da Mokha, città dello Yemen famosa per i suoi chicchi di pregiato caffè;

il suo principio di funzionamento deriva dall’osservazione della moglie mentre faceva il bucato con la lisciveuse, una lavatrice a caldaia.

caffè Moka Bialetti

La capacità di Bialetti di trarre lo straordinario da una situazione ordinaria, ne rivela il genio e gli spiana la strada verso il Guinness dei Primati. Ebbene sì, 9 italiani su 10 possiedono una Moka, ma forse solo 1 su 10 sa davvero chi sia l’Omino con i baffi che rappresenta l’originale macchinetta. L’alter ego dell’inventore, disegnato da Campani nel ’53, entra nelle case degli italiani in un fortunatissimo spazio pubblicitario in Carosello. Piccolo e autorevole, con l’indice puntato verso l’alto, ci richiama all’ordine: fare un buon caffè non è facile.

Già dagli anni Cinquanta l’Omino con i baffi, emblema del made in Italy, comincia a essere riprodotto sul fianco della moka per poi diventare parte integrante del marchio stesso, suo sinonimo, ieri come oggi.

Negli anni la Bialetti è stata costantemente perfezionata: nelle dimensioni, nella forma e nelle diverse versioni. Un’invasione inaspettata di ospiti può essere gestita senza problemi con una moka dieci tazze, basta non fermarsi alla più intima due tazze, molto più utile per una colazione familiare, anche a costo di “rifarla, rifarla, rifarla”…

La Moka Bialetti originale, con il suo inconfondibile Design art déco, era ed è un oggetto dal funzionamento piuttosto semplice: in alluminio o acciaio, di forma rigorosamente ottagonale, si componeva di un bollitore che andava riempito d’acqua, sul quale veniva inserito un filtro a forma di imbuto riempito di caffè e quindi avvitato ad un bricco raccoglitore; una volta posta sul fuoco, l’acqua portata ad ebollizione sale fino ad incontrare il caffè producendo così la bevanda che si raccoglie infine nella parte superiore della macchinetta. Idea semplice quanto geniale non delizia soltanto il palato, ma anche la vista. Al centro di una mostra monografica organizzata a partire dal 2013, La moka si mette in mostra, è stata consacrata simbolo ed icona del Design italiano nelle collezioni permanenti del Triennale Design Museum di Milano e del Museum of Modern Art (MoMA) di New York.

Utensile apprezzato e acquistato in tutto il mondo, deve tanto la sua internazionalizzazione al lavoro di marketing che ognuno di noi mette in atto ogni volta che va in un paese straniero. Un italiano fuori sede prima di chiudere la valigia si assicura di non aver lasciato in cucina la sua macchinetta del caffè. La Moka ti fa sentire a casa, ti permette di conservare le buone abitudini viziandoti con il vero espresso italiano.

Un’italianità fiera e consapevole del suo mezzo è ciò che fa del
“ti faccio assaggiare il vero caffè, quello con la moka”
il nostro biglietto da visita.

L’amico straniero di turno non solo berrà un buon caffè, ma sarà affascinato dalla sua preparazione.

Ogni volta cerchiamo in modo quasi maniacale la perfezione, assaliti dai dubbi su quale sia il procedimento più giusto da seguire: quale e quanta acqua usare per riempire la caldaia, quale e quanto caffè mettere, se stringere forte o meno la caffettiera, se lasciare il coperchio chiuso o aperto, se girare il caffè prima di versarlo oppure no. Una volta trovato quello perfetto siamo pronti a sfidare chiunque e, salvo imprevisti, ad avere le nostre soddisfazioni.

Sono tanti i nostri segreti e le nostre varianti personali per preparare un ottimo caffè in casa e in trasferta, ma la costante rimane sempre una: l’utilizzo dell’infallibile Bialetti, che ha celebrato gli ottant’anni dalla sua invenzione.

E anche se oggi l’azienda attraversa momenti non facili, “the Italian Moka” resta uno degli oggetti italiani più popolari al mondo.

 

 

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