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Il cavatappi Anna G.

Il cavatappi Anna G. 

Best seller fin dalla sua prima produzione, nel 1994, la Alessi che l’ha prodotto, lo descrive come “un ironico omaggio a una donna reale, la cui faccina sorridente è divenuta negli anni una figura cult, generando una ricca famiglia di oggetti per la tavola e la cucina in diversi materiali”.

Il cavatappi “Anna G.” che Alessandro Mendini ha progettato per Alessi, è forse il suo oggetto più famoso, diffuso in milioni di copie, e non necessariamente più amato dal suo creatore; rappresenta al tempo stesso uno strumento per aprire bottiglie di vino (premio alla praticità) ma anche il ritratto di una donna piacente (che simboleggia l’edonismo che si annida nel pragmatismo e calvinismo milanese).

2456c78556460b9da8afe40720086a81Il cavatappi “Anna G.” di Mendini è un’icona universale, una sorta di “ritratto di Design” ispirato alle sembianze dell’artista Designer Anna Gili, da cui il nome di battesimo del cavatappi.

Come per altri oggetti-mito, nel descrivere questa icona non si può prescindere dal raccontare chi sia il suo autore e creatore.

Alessandro Mendini, l’uomo che è riuscito a rendere famoso nel mondo persino un cavatappi, è in realtà uno degli uomini che hanno inventato la cultura del Design contemporaneo: due volte vincitore del Compasso d’oro, creatore di oggetti cult e di vere e proprie icone del Postmoderno (come la “Poltrona Proust”, realizzata nel 1976) pur continuando a lavorare per grandi aziende (prima Alessi, ora Samsung e Swatch) a ottanta anni passati da un pezzo è proprio nell’ artigianato che vede nuove potenzialità per il Design: l’ambito più interessante e difficile da definire, quello in cui si crea il pezzo unico, l’opera d’arte. Proprio dalla grande tradizione artigianale, e dai suoi valori antropologici, si dovrà ripartire. Parola di Alessandro Mendini, che inizia la propria carriera in via Rossini 3, a Milano: lì ha sede lo studio di Marcello Nizzoli, frequentato da molti dei migliori Designer dell’epoca.

La sua è una vita scandita dalle riviste di architettura: la direzione di Casabella, quella di Modo e poi, dal ’79, quella di Domus. Mendini le ricorda così: “Casabella è stato il periodo del Contro Design; Modo, che era una rivistina piccola, è stato il periodo della Trasversalità; Domus sicuramente il Postmoderno”.

Di Domus, Mendini è stato direttore dal 1979 al 1985, in anni decisivi per il cambio di paradigma del Design italiano legato al suo nome e a quello di Ettore Sottsass.

Quindi gli anni Ottanta, quando Mendini fonda il gruppo Alchimia: “il periodo dei colori e di un nuovo progetto, sempre radicale ma su un piano diverso”.

Il colore per Mendini è sempre stato importante, come è evidente guardando i suoi oggetti sgargianti e luminosi.

Come la famosa “Poltrona Proust”, dipinta a mano e con minuscole pennellate. Oppure l’orologio multifunzione e multischermo che ha disegnato per Samsung.

O le lampade, blu, rosse e gialle, che di recente ha progettato per un giovane imprenditore coreano.

Ma Mendini è uno dei protagonisti più interessanti del Postmodernismo, che il Designer milanese considera “il riconoscimento che la cultura è circolare o, meglio, labirintica, mischia elementi di epoche diverse. Non ha il senso moderno dell’andare avanti su un’unica strada giusta e implacabile, ma gira attorno alle incertezze”.

Mendini, uomo di grandi utopie, di estetica, di sempre nuovi progetti, è uno che i Designer e gli architetti li ha conosciuti tutti.

Mendini possiede una singolare chiarezza e lucidità, forse merito anche della sua origine sociale e cittadina, che ne fa uno dei teorici più importanti del progetto di «cose» e «oggetti» degli ultimi quarant’anni. Un maestro indiscusso del gusto italiano, che spiega come “oggi il Design industriale è quello di Apple, di Samsung e delle automobili. Quanto al Design del mobile, a livello industriale resta Ikea”.

l_5600_cover-mendiniMa lui, che da ragazzo andava in giro per l’Italia a disegnare chiese, resta il Designer e l’intellettuale dell’Utopia, un’utopia non politica, bensì scientifica, utopia pratica e insieme barocca, poetica ma dedita al concreto.

E’ Mendini stesso a fare un elogio della parola “utopia” in un suo articolo pubblicato a dicembre 2014 dal quotidiano “La Stampa”.

Per il Designer milanese, “Utopia vuole dire sognare. Vuole dire tendere verso un obiettivo nobile e bellissimo, anche se si sa che non è raggiungibile. È il miraggio verso un mondo meraviglioso, e molto diverso da quello violento vissuto anche oggi dall’umanità. L’utopia è un metodo di lavoro valido per tutti. Un ideale ambizioso proprio perché impossibile, il metodo per aprire il progetto verso ampi orizzonti. Io penso che ciascuno di noi Designer possa lavorare per esprimere la sua personale utopia”.

Quella di Mendini è una utopia molto particolare, che si potrebbe definire “pragmatica”, in quanto capace di raggiungere realmente il suo obiettivo pratico.

Una volta erano solo gli sciamani e i maghi che sapevano comunicare tra di loro a grandi distanze. Avvicinavano con la mano una conchiglia all’orecchio, e con l’intensità del pensiero compivano questa magia davanti al popolo incredulo. Sapevano parlare con altri sciamani lontano lontano. Ma l’«utopia pragmatica» e «scientifica» provò a immaginare che le nostre parole potessero correre con la velocità della luce. Che una persona qualsiasi, avvicinando all’orecchio non più una conchiglia, ma un piccolo lucido rettangolo nero, potesse parlare e vedere qualsiasi altre persona lontana lontana nel mondo.

E così è avvenuto che milioni di persone normali possono avere l’ubiquità degli Dei, e nello stesso piccolo rettangolo lucido e nero anche disporre di tutte le conoscenze del mondo”.
All’«utopia pragmatica» del Design si contrappone l’«utopia umanistica» del Design inteso come espressione poetica, come sentimento, addirittura come arte.

Se a contendersi la scena resteranno la tecnologia contro emozione, Mendini ricorda come “l’emozione che un oggetto può contenere è inversamente proporzionale alla complessità del suo uso. Per esempio tutta l’estetica del Design informatico è giustamente concentrata nella sua funzionalità. Nel Design informatico e virtuale l’estetica è limitata al progetto grafico. E all’opposto più l’oggetto ha un uso elementare e semplice, meno vincoli avrà l’estetica della sua forma”.

 

 

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