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Federico Fellini

Federico Fellini (Rimini, 20 gennaio 1920 – Roma, 31 ottobre 1993)

Anche chi non lo aveva particolarmente in simpatia, non poteva negare
“il privilegio e la fortuna di ascoltare e conversare con il solo genio autentico incontrato nella vita”.

Un genio nato a Rimini, una città che, raccontava Federico Fellini, “nessuno può conoscere a meno di non esserci nato e passato l’infanzia a bighellonare in giro con la curiosità di un topo. Una città italica e feudale. Favolosa”, a poca distanza da quel Rubicone che Giulio Cesare consegnò alla storia, pronunciando il famoso “Alea iacta est”, nel momento in cui lo attraversava. Una città famosa per il suo mare d’inverno, “grigio, violento, una specie di brodo di alghe in perpetua ebollizione”.

Alberto_Sordi_I_vitelloni_bis- felliniMa Rimini è anche la terra dei Vitelloni, una specie umana a cui Fellini dedicò uno dei suoi film più noti. Età tra i venti e i cinquanta anni, fisico possente e soprattutto molto curato, hanno rappresentato per decenni l’attrazione principale della Riviera romagnola, sull’asse Rimini-Riccione, per donne inglesi, americane, tedesche e scandinave alla ricerca dell’uomo italico “bruno, con un profilo da medaglia antica e dei muscoli da lottatore di fiera, che sappia fare l’amore come un Dio”. Questo è il ritratto che Fellini fece di questa categoria che conosceva bene.

Nel film, non senza contrasti e con non poca audacia, il ruolo di protagonista venne affidato ad Alberto Sordi, all’epoca non ancora l’idolo delle folle che sarebbe presto diventato (anche grazie ai “Vitelloni”). Ma Fellini la spuntò sia per la scelta dell’attore che per quella del titolo, aiutato in questo da Ennio Flaiano, autore dei testi dei suoi film più importanti. Molto autobiografico, “un modo di vita al quale io stesso mi sono adeguato insieme ad altri dei quali conoscevo a memoria ogni gesto e pensiero”, il film fu uno dei suoi tanti successi.

Fellini aveva lasciato Rimini a 19 anni dicendo che non sarebbe mai più tornato, se non alla fine dei suoi giorni e così è stato. Fellini ha raccontato sempre la “sua” Rimini, come la ricordava, come voleva ricordarla, con i personaggi che aveva conosciuto durante l’infanzia e che ora non c’erano più. Preferiva pensare alla Rimini da lui ricostruita nel famoso Teatro 5 di Cinecittà, quella città tanto amata che ormai esisteva solo nella sua mente.

Ed è a Rimini che la già fervida immaginazione di Fellini bambino trova il suo habitat naturale, sin da quando assegna ai quattro angoli del suo letto i nomi dei quattro cinematografi della sua città: Fulgor, Opera Nazionale Balilla, Savoia e Sultano.

Ma se Rimini è importante per la sua infanzia, Roma – la straordinaria città eterna degli anni Sessanta – lo è per la sua opera e per la sua vita: la capitale di un Paese ancora sospeso e “che non ha ancora stabilito il confine tra il XX secolo e il Medioevo”.

Ed è a Roma che ambienta e gira “La Dolce Vita”, film uscito nel 1960 ma che potrebbe tranquillamente essere stato girato molti anni più tardi e per il quale alcuni lo avevano paragonato a Shakespeare. Film fondamentale del cinema italiano e non solo, concepito per stigmatizzare i comportamenti, improntati al parassitismo, del popolo mondano dell’epoca, ebbe il paradossale effetto di favorire e incoraggiare quegli stili di vita che tendeva a ridicolizzare e a biasimare.

Nell’opera di Fellini, il 1963 fu l’anno della svolta: è l’anno di “Otto ½”, da molti ritenuto la più alta espressione di Fellini, più ancora della “Dolce vita”. Un film di cui si parlava senza averlo visto, come si fa con quei libri di grande successo di cui tutti parlano ma che nessuno ha letto, in cui la parte autobiografica è evidente, ma la cui ricchezza è straordinaria, una continua invenzione, figurativa e narrativa. Il mondo del regista si evolve, da reale che era, tutto incredibilmente nella sua “prima persona”.

Ma la soglia di fantasia, magia e sortilegio è altissima, raggiungibile solo da Fellini…

“Che sublime diplomatico e che celestiale mistificatore”.

Così lo definisce Oriana Fallaci per non dargli apertamente del bugiardo. Cosa che però era a livelli altissimi, sublimi, spesso senza rivali. Sia in quanto ritenuto tale dagli altri, che per sua stessa ammissione. Lo sapevano tutti e soprattutto lo sapeva lui stesso. Tanto che una volta, Dante Ferretti, che lavorò con lui in diversi film, raccontò di essere stato “sgridato” dal regista riminese perché, in più occasioni, si era dimostrato “quasi più bugiardo di lui” e questo non era ammissibile.

I-clowns-Fellini-clowns3Tra le altre cose, amava raccontare, ma la madre lo smentì più volte, di essere scappato di casa da ragazzino per seguire per alcuni giorni la carovana di un circo. E questa passione per il mondo circense la ritroviamo nel suo primo docu-film per la televisione, “I Clowns”, girato nel 1970 e andato in onda la notte di Natale dello stesso anno. I costumi dei Clowns, disegnati da Danilo Donati, sono dei veri e propri capolavori e sono custoditi gelosamente negli archivi Rai. E il circo ebbe un’importanza notevole nella vita e nella carriera di Fellini. Lo prova “La Strada”, film con cui nel 1954 vinse l’Oscar come miglior film straniero.

Ma anche l’essere un bugiardo incallito, come altri difetti, non di poco conto, veniva perdonato a colui che più di tutti, non solo nel cinema, ha contribuito a costruire e diffondere nel mondo durante il Ventesimo secolo il mito dell’italianità. Nessuno più di lui ha saputo raccontare in immagini il nostro Paese, traducendolo in un complesso sistema di simboli e diventando un simbolo egli stesso. In 40 anni di carriera, Fellini ha dimostrato come il sogno, la memoria, la poesia possano rappresentare la base della creatività e al tempo stesso costituire la sostanza del fare cinema.

Anche quei pochi, pochissimi, che non erano disposti a riconoscerne il genio assoluto, convengono nel ritenere che Federico Fellini sia il regista che più di tutti ha portato il nostro cinema a livelli mondiali e del quale ancora tutti parlano, per quanto parlarne sia molto difficile (“Sensuous, lascivious, perverse, voluptuous, bawdy, childish and fixated by the grotesque, Fellini stands out among the great Italian directors for his embodiment of appetite. Visconti is more classical, Pasolini more brutal, Antonioni more intellectual, but it’s Fellini whose name has entered the language as an index of excess. From the pathos of La Strada to the broad comedy of Amarcord, he presented life as a carnival of tragic comedy, driven by cruelty, luck and desire. He is the Italian imagination made flesh”, ha scritto di lui un giornale inglese).

E’ l’uomo che ha coniato termini ormai entrati nell’uso comune, da “Paparazzi” ad “Amarcord; colui che faceva di ogni set una sarabanda; colui che non amava le interviste e i giornalisti e con il quale, quando si riusciva a parlargli, dovevi esprimere un concetto in tre parole poiché alla quarta era già altrove con la mente, ma che adorava stare seduto al ristorante per delle ore (Oriana Fallaci ci racconta che un giorno, già affermatissimo regista a livello internazionale si fece intervistare da lei “ma solo perché era lei” e, avendo pochissimo tempo, l’unico modo di far l’intervista era farla mangiando).

Personaggio di rara superstizione, allergico al sonno e agli aerei (l’unica volta che lo prese volentieri, da New York in direzione Roma, fu per sfuggire alle minacce di un gangster americano, di cui Fellini importunava la donna) odiava la musica e la danza, ma che ebbe un feeling incredibile con Pina Bausch, una delle più grandi danzatrici di sempre, che divenne una delle sue muse ispiratrici.

Un uomo in cui il confine tra fantasia e realtà è così labile che viene da chiedersi che cosa avrebbe fatto uno così se non avesse fatto il regista o l’uomo di spettacolo.

E chi meglio di Fellini stesso può rispondere? “Di sicuro mi sarei dedicato a qualcosa che avesse avuto a che fare con lo spettacolo o avrei tentato di inventare il cinematografo. Il cinema mi piace perché col cinema ti esprimi mentre vivi, racconti il viaggio mentre lo fai. Sono fortunatissimo, anche in questo: sono stato portato per mano a scegliere un mestiere che è l’unico mestiere per me, l’unico che mi permetta di realizzarmi nella forma più gioiosa, più immediata, ma con una componente di vanità: d’altra parte lo spettacolo si fa coi riflettori accesi. M’è andata benissimo, certo. Ma è andata come doveva andare”.

Capace di piangere come un bambino, al bar dell’Hotel Plaza perché il critico del New York Times aveva scritto male di lui, o di farsi arrestare, sempre a New York, perché girava la notte dalle parti di Wall Street, esaminando con l’aria di un ladro le banche, senza documenti. Chiuso in cella fino alle sei del mattino, gridava, come ci racconta mirabilmente Oriana Fallaci, l’unica frase che conoscesse in inglese:

“I am Federico Fellini, famous Italian director”.

Alle sei del mattino un poliziotto italoamericano che aveva visto innumerevoli volte “La strada” lo udì e gli disse: “Se sei davvero Fellini, esci fuori e fischia il motivo de “La strada“. Fellini uscì fuori e con un filo di voce, fischiò tutta la colonna sonora del film. Un trionfo. A quel punto, i poliziotti gli chiesero scusa, lo riaccompagnarono in albergo scortandolo con motociclette e auto blindate, lo salutarono con uno strombettare di clacson che si udì fino ad Harlem.

fellini caricature 1969 - Satyricon - Vernacchio_0E pensare che prima di affermarsi come regista cinematografico, aveva lavorato come giornalista e disegnatore umoristico, poi, come sceneggiatore. Fellini, quindi, conosce bene la “leggerezza” del disegno e della scrittura e, lungo tutta la sua carriera di regista, non la abbandona mai. Anche perché è grazie alle prime caricature di attori famosi, ma anche di gente di strada, che poteva vedere molti film; quelle stesse caricature che il giovanissimo Fellini consegnava all’ingresso dei cinema per pagarsi il biglietto. D’altronde, il lavoro di Federico Fellini è sempre stato raccontare storie: prima da disegnatore e poi da regista.

Anche se poi, diventato grande, non andrà più al cinema se non per vedere i film di Charlot, che per Fellini era un vero e proprio idolo. Gli altri film, no. Convinto che, una volta uscito, nel tragitto tra casa sua e il cinema, avrebbe trovato sicuramente qualcosa che li interessava di più, “costringendolo” a cambiare programma.

Nella sua carriera ebbe praticamente tutto: gloria, riconoscimenti, soddisfazioni economiche, anche se ricordava spesso di non essere stato lui il produttore della “Dolce Vita”, come a dire che il vero ricco era un altro… Ma anche un unico rimpianto vero: non essere riuscito a convincere Mina a recitare in un suo film. Le mandò biglietti, lettere, disegnini per spiegarle quanto ci tenesse, ma Mina non si concedette…

E anche un flop clamoroso, quello de “il Viaggio di G. Mastorna”, che il giornalista Rai Vincenzo Mollica, una persona che conosceva Fellini come pochi al mondo, definì “il film non realizzato più famoso nella storia del cinema”, sul set del quale il regista riminese litiga definitivamente con Piero Gherardi, il suo costumista di fiducia e Premio Oscar per i costumi di “Otto e 1/2“ e “La Dolce Vita”. Due dei cinque Oscar vinti complessivamente da Fellini: nel 1957 per La strada, nel 1958 per Le notti di Cabiria, nel 1964 per 8 1/2, nel 1976 per Amarcord e nel 1993 per la carriera.

Tutto senza mai perdere quella spontaneità tipica dei bambini e dei clown, che lo ha accompagnato tutta la vita.

E il mondo del cinema lo ha “ricompensato” a suo modo: per la sua morte, il 31 ottobre 1993, venne allestita una camera ardente nel teatro di posa di Cinecittà, dove il grande maestro aveva dato forma ai suoi sogni. E un po’ anche ai nostri…

 

 

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